Quasi due anni dopo l'avvio della riforma della disabilità (d.lgs. 62/2024), in Umbria viene spontaneo farsi una domanda: questa sperimentazione serve a migliorare la vita delle persone con disabilità o a far quadrare i conti dello Stato? Se n'è parlato il 28 ottobre in Terza commissione dell'Assemblea legislativa, dove il Centro Patronati dell'Umbria – di cui fa parte anche l'INCA CGIL, insieme ad ACLI, INAS CISL e ITAL UIL – è stato ascoltato sulla mozione presentata da Fabrizio Ricci (AVS).

Sulla carta, la riforma promette bene: al centro c'è il Progetto di vita personalizzato e partecipato. Peccato che sia partita senza risorse adeguate, scaricando il peso su chi ha meno strumenti per difendersi: persone anziane, minori, persone con disabilità. E i risultati, guarda caso, vanno tutti nella stessa direzione.

In provincia di Perugia, tra le prime in Italia a partire (gennaio 2025), le domande di invalidità civile sono crollate da 22.880 a 18.425: quasi il 20% in meno, molto peggio della media delle altre province dello stesso gruppo. A Terni, entrata a marzo 2026, in sei mesi il calo ha sfiorato il 37%. A regime, in Umbria circa 6.800 persone all'anno resteranno fuori. Nel frattempo, nelle province non coinvolte, le domande sono addirittura aumentate. Viene il sospetto che il bisogno non sia sparito: è solo diventato più difficile chiedere aiuto.

E infatti gli ostacoli sembrano fatti apposta per scoraggiare:

  • le commissioni mediche sono passate da 34 sedi ASL vicine a casa a sole 2 sedi INPS, Perugia e Città di Castello, per circa 1.500 richieste al mese: per qualcuno significa più di un'ora d'auto;
  • il certificato introduttivo è diventato un documento di 13 pagine che costa più del doppio rispetto al 2024 e può arrivare a 200 euro, tutti a carico di chi lo chiede;
  • l'INPS ha appena il 60% del personale medico che servirebbe, e intanto dal livello nazionale sono stati tagliati 45 milioni proprio per i medici delle commissioni;
  • la procedura è solo digitale, come se tutte e tutti avessero computer, SPID e dimestichezza con i portali;
  • oltre il 20% delle domande con diritti economici già riconosciuti è ancora bloccato in attesa dei dati socioeconomici.

I patronati, che potrebbero aiutare a superare queste barriere, sono stati tenuti fuori proprio dalla fase iniziale della domanda. Risultato: meno accompagnamento, meno consulenza, più diritti che restano sulla carta. Anche le pensioni di invalidità previdenziali sono in calo. Un diritto che non si riesce a chiedere è un diritto che non costa nulla allo Stato.

Secondo Roberto Panico e Marcello Barni (Centro Patronati dell’Umbria - Acli, Inca Cgil, Inas Cisl, Ital Uil) “sono state riscontrate criticità nell’impianto applicativo di una riforma importante ma che non è stata dotata di risorse adeguate. Rispetto al 2024 stimiamo una riduzione di circa 6mila unità delle persone che potranno accedere alle procedure. Il ruolo dei Patronati è stato ridotto, così come la loro funzione di accompagnamento e consulenza in favore dell’esercizio di un diritto. In provincia di Perugia il 20% delle domande sono ferme per mancanza dei dati socio-economici. Le difficoltà di predisporre la documentazione per l’avvio delle pratiche è evidente. Servono quindi risorse ma anche diverse modalità di accesso, con il ritorno del ruolo attivo dei Patronati, sia per le invalidità civili che per gli assegni”.

Per questo chiediamo risorse vere per far funzionare la riforma e il ritorno del ruolo attivo dei patronati, sia per le invalidità civili sia per gli assegni. Perché i diritti non si risparmiano: si garantiscono.

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